mercoledì 6 ottobre 2010

Lee McQueen is Dead, Long Live Alexander McQueen

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McQueen S/S 2011
Lee era un artista, un tormentato ribelle, l'enfant terrible della moda inglese. Una di quelle rare perle di creatività e talento che è difficile trovare. Un rivoluzionario, capace in poco più di 10 anni di sconvolgere l'approccio alla 'presentazione/sfilata', e di creare uno stile mai ripetetivo e sempre fedele alla sua idea di 'moda' che, spaziando tra picchi di romanticismo quasi teatrali a futuristiche rappresentazioni di un mondo alla deriva. Più che presentare dei vestiti da vendere, raccontava delle  storie: a volte narrava delle favole della buonanotte, altre ci proiettava in incubi vividi ma mai scontati.
E' grazie a lui che cambiai modo di guardare alla 'moda', quando pensavo fosse poco più di un industria (cosa che in linea di massima è) tramite McQueen iniziai a vederla come forma d'arte. Ogni stagione un nuovo elaboratissimo set ci trascinava nel suo mondo. A un certo punto però, Lee è stato sopraffatto dai suoi mostri. Oltre a lasciare un incolmabile buco nella creatività e teatralità del mondo della moda, la sua morte ha posto un grande interrogativo.... Il brand McQueen, nato e sostenutosi sulle spalle del suo fondatore, continuerà? Poco più di 10 anni di esistenza in un mondo feroce come quello della moda in cui anche nomi storici vengono costretti a chiudere e dichiarare bancarotta (vedi il compianto Christian Lacroix) non assicuraro di certo finanziatori. Invece, forse illumninati dalla mania isterica di possedere qualcosa di McQueen che nelle settimane dopo la morte di Lee portò al sold out di ogni suo capo in tutto il mondo (la gente è strana, sì), il Gucci Group (che possiede il 51 per cento del brand) decise di far continuare la casa. Il problema più grosso, allora, era quello di trovare un successore. Un degno erede, purtroppo, non esiste. Per una volta, però, l'industria si è comportata con un minimo di senso pratico. Sarah Burton, assistente e amica di Lee fin dai tempi del Central St. Martin's, è stata promossa a direttore creativo di Alexander McQueen. Era l'unica cosa sensata da fare. Lei era quella che, oltre ad assistere Lee, si occupava di traslare dalle sfilate al ready-to-wear i capi che lui disegnava. Insomma, era veramente l'unica soluzione possibile. Ieri, a poco meno di 8 mesi dalla morte del designer, a Parigi, Sarah ha presentato la sua prima collezione vera e propria (non contando il resort) per McQueen. La collezione  è bellissima. Certo, obietteranno alcuni, sembra di rivedere 15 anni di lavoro di Lee.  Temo che fosse l'unica cosa che Sarah potesse fare. Una sorta di collezione tributo/best-of, dove tutti i temi ricorrenti dello stile di Lee ritornano, a volte più rielaborati altre più fedeli agli originali. Il suo tocco femminile si vede, e credo che come 'momento transitorio' non avrebbe potuto fare di meglio. Meno teatrale ma sempre over-the-top, era quello che ci voleva dopo una triste stagione di brutte collezioni e poche idee in tutte le città della moda. 
Sicuramente si sposterà da questo territorio in futuro, ma come inizio è perfetto. Quindi, seppur a malincuore, consci del fatto che un'altro Lee non ci sarà mai, si può veramente dire: brava Sarah!

Un pò di foto della collezione, backstage e dettagli inclusi:

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Sarah Burton

martedì 5 ottobre 2010

Trent Reznor, la HBO e Lawrence Bender : Year Zero

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Nel 2007 Trent Reznor lanciò una delle 'campagne  virali' più ambiziose della storia della musica.  A partire da alcune lettere evidenziate sul retro di una maglietta dei Nine Inch Nails, che formavano la frase 'i am trying to believe' ( da cui si arrivava al sito dallo stesso nome) partiva una catena di  link a vari siti che tutti insieme costruivano un mondo immaginario, dando vita a un alternate reality game che durò circa 18 mesi. Questo ARG serviva a lanciare Year Zero, il sesto disco dei Nine Inch Nails,  un concept album politico nato per criticare l'amministrazione Bush e le condizioni sociali degli Stati Uniti. Trent, però, non voleva fare il solito disco politico di protesta, quindi decise di narrare una storia, ambientandola in una distopica società del 2022, un futuro prossimo in cui la Terra è caduta nella dittatura  e nel degrado, e in cui le libertà civili sono ridotte all'osso (sotto il controllo del Bureau of Morality), una serie di gruppi di resistenza  operano quasi esclusivamente online, mentre il mondo soccombe tra guerre nucleari e attacchi bioterroristici (e apparizioni  'extraterrestri'). Un'ambientazione cyberpunk per un disco che (seppur neanche lontanamente comparabile ai più riusciti di Trent Reznor) ottenne favorevoli recensioni anche grazie al sopracitato videogioco e all'album di remix - rivisitazioni che uscì in seguito. 
Per completare questo ambizioso 'progetto di fantascienza politica', è dal 2007 che Trent Reznor accenna all'idea di ricavare un film o una serie tv dall'album. Nel 2008 venne annunciata una probabile collaborazione con Lawrence Bender (il produttore di Quentin Tarantino, per capirci). Nel frattempo Trent ha lavorato ad altre cose (tra tour dei Nine Inch Nails e side projects vari), e non se ne  è più parlato. Fino all'altra settimana. In un'intervista all L.A. Times, Reznor ha confermato che, insieme alla HBO e la BBC Worldwide Productions, sta sviluppando una miniserie di fantascienza tratta dal concept album. Oltre  a Bender, un altro collaboratore confermato è  Daniel Knauf, che era uno degli autori del mai troppo compianto Carnivàle.
Le premesse ci sono tutte perchè questo sia un lavoro di alto profilo, però ancora non mi entusiasmerei troppo. Le cose sembrano oramai ufficiali, ma con Trent Reznor non c'è mai da fidarsi. Non si sa quanti progetti da lui annunciati come sicuri e di prossima uscita non hanno mai visto la luce del giorno. In ogni caso, la miniserie è ancora alle primissime fasi della pre-produzione. Anche perchè, come Trent ha dovuto apprendere a sue spese (lui che oramai è abituato a fare tutto da solo), [television development] moves at a glacial pace.


lunedì 4 ottobre 2010

The roaring 20s: Maria Lani ispira John Galliano

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Matisse - Kisling - Cocteau
Verso la fine degli anni 20 una giovane attrice polacca di nome Maria Lani arrivò a Parigi e iniziò a frequentare la scena artistica della città. In due anni riuscì a convincere oltre 50 artisti a farle dei ritratti, raccontando in giro che questi ritratti servivano a un film dell'orrore che avrebbe dovuto girare, nel quale un dipinto prendeva vita. Queste opere d'arte vennero esposte nel 1930 e Jean Cocteau, nell'introduzione al catalogo della mostra, disse che la forza ipnotica di questa donna non aveva pari.
Artisti come Matisse, Cocteau, Chagall, De Chirico e Braque ritrassero la donna. Unico problema? Maria non era un'attrice, bensì una furba stenografa dell'Europa dell'est. A un certo punto prese i quadri che non erano ancora stati venduti e scappò in America, dove vendette tutti quelli rimasti.
Quasi 100 anni dopo, John Galliano ha deciso di ispirarsi a lei per una collezione. Il risultato è meraviglioso, come sempre accade quando galliano decide di inoltrarsi nelle citazioni di inizio 900. Dopo una stagione di orribili collezioni (inclusa quella da lui realizzata per Dior), fortunatamente è tornato a portare un po' di vita a un industria troppo seria o di cattivo gusto.

Alcuni dei ritratti di Maria Lani:
De Chirico
Rouault - Lèger - Chagall

Braque - Goerg - Matisse

Una foto:




La collezione di John Galliano Spring Summer 2011: