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giovedì 21 novembre 2013

Festival Internazionale del Film di Roma Day 3: HER

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Perdo Stalingrad 3D, uno dei film (no shame) che più mi interessava vedere. Tre sole proiezioni di cui 2 di domenica alle 9 del mattino ed una in contemporanea alla prima di Her mi impediranno di recuperarlo. Sono ancora molto triste… speriamo che qualche pazzo distributore italiano ne acquisisca i diritti al più presto, anche se vederlo in russo avrebbe avuto tutto un altro gusto. Arrivo sul tardi, la festa di Machete Kills della sera precedente è stata faticosa,  e sono tranquilla perché tanto la giornata per me significa solo Her e Spike Jonze. Nonostante sia domenica e stia per arrivare Scarlett Johansson, nel primo pomeriggio l'auditorium è piuttosto tranquillo (la situazione andrà aggravandosi col passare dei minuti). Arrivo giusto in tempo per la conferenza stampa di Stalingrad. Bondarchuk incute abbastanza terrore con il suo sguardo cattivissimo e una faccia che sembra un mix letale tra Gengis Kahn, Lenin e Tom Hardy in Bronson.
In realtà è molto tranquillo e ha una parlantina letale, le sue risposte non avranno fine. Capto una certa fierezza nel dire che - giustamente! - questo non è un film di ricostruzione storica, ma che sostanzialmente a lui interessava fare un film d'azione con un sacco di botte. Vorrei applaudire, inizio a volergli veramente bene e sono sempre più arrabbiata per aver perso il film. Sia regista che produttore ci terranno poi a specificare che l'appeal internazionale del film è dimostrato dagli incassi record in Cina. Ora ci sarebbe qualcosa da dire sull'usare la Cinacome campione di mercato, ma preferisco godermi questo momento di grande coerenza senza fiatare. Vincitore morale della giornata è Thomas Kretschmann (vedi foto), che proprio non può farcela, sembra accusare postumi peggiori dei miei e sono sicura che a un certo punto si sia addormentato.

 La conferenza finisce e la sala si riempie, è il momento di accogliere Spike, Rooney e Joaquin. Si spera sempre che Mr. Phoenix sia di buon umore e fortunatamente per noi, oggi è in forma smagliante. E' buffo e goffo, fa battute e grandi scene a ogni domanda che gli viene posta, ci tiene tutti in pugno. Spike è adorabile e divertito, Rooney Mara è li ma potrebbe anche non esserci: è bellissima e carina, ma nessuno sembra notarla. Data la quasi irrilevanza del suo personaggio nel film, nessuno le fa delle domande, e si limita a commentare qua e la' le risposte degli altri due. A un certo punto Spike capisce che nessuno le sta prestando attenzione, si alza e trascina la sua sedia al centro.  Il gesto galante non sortirà effetti particolari perché  le vere star (del film e della conferenza) sono lui e Joaquin.
Scherzano, parlano in maniera approfondita del film, del lungo lavoro sulla costruzione del personaggio -  a partire dall'aspetto fisico, quei bizzarri pantaloni a vita altissima, i baffi, la goffaggine. Joaquin sostiene di portare un solo paio di pantaloni ogni giorno (Spike invece ne ha due). Ogni domanda che viene posta al protagonista gli fa esclamare dei lunghi 'FUUUUUUCCCCK!!', ma le risposte arrivano e sono articolate e interessanti. A un certo punto Anselma Dell'Olio prende la parola e fa una lunghissima dichiarazione d'amore per il film. Reputa (giustamente) che sia la vera ventata d'aria fresca del festival, si congratula con tutti e pone solo una domanda 'How the fuck did you do it?' (Continuo a chiedermelo anche io, a 10 giorni dalla proiezione).   Ancora non ho visto il film ma mi fido, convinta che in nessun modo 'Her' potrà deludere le mie aspettative. Un giornalista però non è d'accordo, e scatta la polemicona. Il festival è appena iniziato, non si possono dire cose così. Nessuno vede cosa ci sia di male nell'esprimere una opinione personale, ma i toni si fanno accesi. Spike Jonze è super divertito, chiede insistemente ai due di incontrarsi fuori per fare a botte, così poi lui si mette a riprendere (Jackass style!). Joaquin mostra apprensione, non vuole che nessuno litighi. Io siedo in silenzio, un po' imbarazzata (sempre le solite figure molto italiane) e un po' divertita. L'ufficio stampa riesce a placare gli animi, e andiamo avanti. Ogni tanto Joaquin (tra una sigaretta e l'altra - no fucks given here) bisbiglia cose  all'orecchio di Spike - è veramente preoccupato che nessuno litighi, e vuole essere sicuro che facciano pace. Risate generali. Capto degli spoiler qua e la, ovviamente, ma per mia fortuna la trama non è così elaborata e la fine non mi verrà svelata. (Inizia oggi anche il calvario della pronuncia dei nomi stranieri: sarebbe il caso di fare presente a giornalisti e addetti ai lavori che Spike Jonze non si pronuncia spai gionzi. èLI rot sarà comunque peggio.) Il resto della giornata sarà dominato dall'attesa, forse un po' provinciale,  per  Scarlett Johansson che arriverà - di Dolce e Gabbana vestita - solo per il red carpet di Her. Il caos sarà totale, l'atmosfera abbastanza cafonal (non distante da me Bruno Vespa : mi chiedo quanta della profondità del film sia riuscito a captare) misto a hipster che guarda forse un film all'anno, quello cool che proprio non si può perdere - altrimenti poi di che mi lamento? Come faccio a lasciar trasparire le mie nulle conoscenze di cinema?

The Happy Family


HER - Spike Jonze (C) 120'
Parlare di questo film è molto difficile. Introspettivo, bizzarro, poetico (quasi filosofico),  Her segue una sua traiettoria particolare, sempre coerente a se stessa ma estremamente difficile da 'raccontare'.  La storia la conosciamo tutti. In un futuro non troppo distante, Theodore Twobly si innamora del suo nuovo sistema operativo. Per quanto assurdo possa sembrare, siamo in un mondo in cui l'alienazione e la solitudine trovano conforto in queste intelligenze artificiali che diventano amici, confidenti ed amanti. In conferenza stampa un giornalista faceva giustamente notare che l'aspetto più bizzarro (forse) di tutto il film è la maniera candida in cui i personaggi ammettono di 'avere una relazione' con il proprio O.S. E' assolutamente vero, ma nonostante tutto (e con una buona dose di sospensione dell'incredulità) all'interno del mondo costruito da Spike funziona, ha un suo senso.  Ogni singolo elemento di questo universo ha un posto ben preciso, nulla è fuori posto, la coerenza che permea la sceneggiatura è il punto di forza del film. Prima prova da sceneggiatore per Spike Jonze, che in queste 2 ore racchiude tantissime (se non tutte) delle piccole meraviglie che l'hanno reso uno dei più geniali artisti della sua generazione. La malinconia e la solitudine di Theo si possono ritrovare un po' ovunque nei suoi passati lavori. I'm Here è la prima cosa che viene alla mente, la Los Angeles retrofuturistica in cui ci troviamo qui non è così diversa da quella in cui abita il robottino triste del cortometraggio, e la necessità di amare ed essere amati è la stessa. Un futuro-vintage che grazie a fotografia, scenografie e costume design si fa concreto davanti ai nostri occhi. I tagli dei vestiti ricordano gli anni 40, i colori sono accesi e spenti allo stesso tempo, la luce diffusa rende tutto ovattato, un po' come la storia tra Theodore e Samantha. Di contrappunto a questa tenerezza sono però le forti, improvvise incursioni dello Spike Jonze eterno adolescente, con un certo gusto per la volgarità bonaria, ed ecco un videogioco che ti manda affanculo e insulta tutti (adorabile e dispettoso, uno dei momenti più belli del film), disegnini osceni e trivialità varie che smorzano costantemente i toni malinconici. La riflessione sull'innamoramento, sul nostro ricercare qualcuno che ci sia vicino è profonda, viene da chiedersi cosa cerchiamo e se quello che ci attrae non è altro che una proiezione di noi stessi, o forse quello che vorremmo essere. Ci sono dei punti in cui la stranezza del tutto raggiunge picchi incredibili ma Spike non si perde mai, calca molto la mano (vedi: quando Samantha pensa di aver trovato una soluzione al sesso virtuale che per forza di cose la coppia è costretta a fare) ma senza eccedere. E Joaquin, per una volta in un ruolo dimesso ed introspettivo, da' il meglio di se. Primi piani strettissimi, occhioni pieni di tristezza che guardano nel nulla, una fisicità ridimensionata, tutto concorre a renderla una delle sue interpretazioni migliori di sempre, incredibilmente emotivo ma sempre tenero e contenuto. Molto brava anche Scarlett, che forse non meritava il premio ricevuto al festival ma che ha fatto un lavoro incredibile - dare 'corpo' a  una voce persa nell'etere è quasi impossibile, ma spesso nel film pare quasi di vederla li, accanto a lui. Abbastanza inutile la figura di Rooney Mara, bellissima ed eterea ma molto marginale, giusto un  ricordo onirico della passata felicità del nostro protagonista.
Ad amalgamare il tutto c'è la musica, non particolarmente originale (molto di maniera, ci si poteva aspettare meglio dagli Arcade Fire) ma che funziona con la sua delicatezza (da notare il nucleo originale di 'Supersymmetry', dal nuovo Reflektor, nato come leitmotiv del film e successivamente sviluppato in brano intero). Bellissima anche la canzone che Samantha 'scrive' per Theodore, la stessa che si sente nel trailer del film (cantanta da Karen O). Un viaggio a tratti straziante nella solitudine umana, che fa della stranezza 'dimessa' il suo punto di forza (ad iniziare dalla prima scena, in cui scopriamo che di lavoro Joaquin-Theo scrive lettere intime e personali per conto di terzi, per beautifulhandwrittenletters.com - o qualcosa di simile). Unica pecca, l'eccessiva durata di alcune scene che rallentano di molto il ritmo - 10 minuti in meno forse avrebbero giovato. Sicuramente uno di quei film che si amano o si odiano, ma che consiglio di vedere con gli occhi di un bambino (o di uno spettatore del cinema primitivo) perché è così bello far cadere le nostre sovrastrutture da stronzi cinici almeno una volta ogni tanto.

mercoledì 20 novembre 2013

Festival Internazionale del Film di Roma, Day 2 - Dallas Buyers Club

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La seconda giornata del festival per me inizia molto tardi. Perdo tutte le proiezioni della giornata, saltando anche il film di Alex de La Iglesia, a detta di tutti molto divertente. Dopo aver scoperto, con un certo disappunto, che Matthew McConaughey non presenzierà alla prima di Dallas Buyers Club (e quindi anche alla conferenza stampa), me la prendo comoda ed arrivo nel pomeriggio. Grazie al grande annuncio dell'organizzazione del festival della presenza di Jared Leto e dei 30 seconds to mars (che però, in realtà, non saranno presenti), l'auditorium ricorda una pittoresca puntata di South Park sugli Emo. Nel tragitto dal parcheggio  all'entrata incontro le prime capigliature improbabili accompagnate da lunghi mantelli di velluto. A ridosso delle transenne del red carpet una importante folla di adolescenti urlanti (urleranno tutto il giorno, per motivi ancora non chiari) attende con impazienza la venuta del loro dio. E' strana la traiettoria di Jared Leto, attore neanche pessimo, (vero Dorian Grey dei nostri giorni che nonostante abbia superato i 40 anni ha ancora le sembianze di un ventenne belloccio) che a un certo punto ha deciso di reinventarsi rockstar. Producendo una musica di infima qualità e conciandosi come un idiota, è riuscito a crearsi un seguito inquietante di teenagers adoranti, una sorta di justin bieber alternative-pop. Perdo la sua conferenza stampa, dove a quanto pare è stato molto simpatico e disponibile. Nell'attesa della prima del film mi sistemo in sala stampa- essendo sabato c'è un gran caos ovunque e questa diventerà una piccola isola felice, a riparo da ragazzini urlanti e dal gran sfilare di personaggi da cafonalino. Dalla mia postazione, a un certo punto mi sembra di vedere dei fiocchi di neve nella cavea. Penso di iniziare ad avere delle traveggole da stanchezza, e mi rimetto a lavorare. Tempo un quarto d'ora, e fuori sta VERAMENTE nevicando. Sempre più confusa, vado a dare un'occhiata. Questa è la scena che trovo avanti ai miei occhi:
Mi ricordo della presentazione del film in live-action di Belle e Sebastien, e tutto inizia ad avere un senso. Un cartone animato che mi metteva angoscia anche a 5 anni non stuzzica affatto il mio interesse, ma questa atmosfera da circo mi diverte. Gli emo urlano (come al solito), i curiosi del sabato fanno foto, e io rido. L'anteprima di Dallas si avvicina, e vado a prendere una cosa da bere nei dintorni. Un boato che ricorda il decollo di uno shuttle ci avverte che Jared Leto è arrivato, è quindi tempo di prendere posto in sala. Sarà la mia prima serata di gala di questa edizione, e vedo con piacere che la solita atmosfera da Cafonal è molto ridimensionata. Certo, la grande difficoltà ad uscire a fine proiezione causa curiosi che (PER TUTTO IL TRAGITTO FINO AL PARCHEGGIO) placcheranno Raz Degan e  Paola Barale (…) per delle foto e degli autografi (sì, autografi) sarà imbarazzante, ma per il resto nulla da segnalare.
Ero molto scettica riguardo a questo film. Le grandi trasformazioni fisiche di attori mediamente dotati puzzano sempre di voglia di oscar e niente più. Tutti avevamo visto le foto disturbanti dell'incredibile perdita di peso di McConaughey, ma il rischio di patetismo della storia era alto, e quindi affronto il film con un certo disinteresse e molti preconcetti. Tempo 20 minuti di film e dobbiamo tutti ricrederci: la performance di M.M. è impressionante sotto tutti i punti di vista, e il film funziona alla grande. Lunghi applausi a fine film, seguito da una premiazione da parte di Vanity Fair per l'eccellenza filmica, ritirato da un divertito Jared Leto (con annesse urla ultrasoniche dei fan presenti in sala).


Dallas Buyers Club - Jean-Marc Vallée ( C ) 117'

Certo, la curiosità per il film c'era. Un Matthew McConaughey smunto, dimagrito (quasi irriconoscibile in molte scene del film) e una storia vera che tocca un'argomento che post anni 90 i media sembrano aver dimenticato del tutto. In ogni caso non mi bastava, non riuscivo a trovare un enorme interesse, il regista non aveva ancora mai dato grandi prove di abilità e come dicevo sopra, il rischio patetismo era altissimo. Dover rivedere le proprie posizioni, però, è una delle cose più belle che possono succedere durante la visione di un film.
I primi trenta minuti di questo biopic sono una delle cose più belle che vedrò al festival. Ron beve come un disperato, si droga, partecipa a menage a trois,  scommette, scappa divertito da creditori, è ignorante, rozzo, sessista ed omofobo. Questo cowboy scazzato e i suoi amici redneck sono lì e fanno quello che vogliono, nulla sembra disturbare le loro esistenze. Un'apertura senza mezzi termini, con un'ottima fotografia (in seguito premiata al festival) ed un montaggio serrato, che in poche scene ci dice già tutto quello che c'è da sapere su questo anti-eroe del profondo sud degli Stati Uniti.  Sarà un incidente sul lavoro a portare Ron in ospedale, e da qui in poi la sua esistenza  non sarà più la stessa. Siamo agli albori dell'epidemia di AIDS che ha imperato negli anni 80, e tanto la gente comune quanto i medici navigano in un misto di pregiudizi ed ignoranza. Mr. Macho Man non prenderà affatto bene la sentenza di morte che gli viene annunciata senza mezzi termini. Ha così inizio una lunga lotta per la sopravvivenza, che il regista (aiutato da una sceneggiatura forte) riesce a non far MAI scivolare nel patetico o nel moralista. La ruvidezza del film è il suo punto forte: così come il suo protagonista, Dallas Buyers Club non scende mai a compromessi, smussa i suoi lati più spigolosi ma rimane saldamente fedele a se stesso. L'amicizia con il travestito Rayon (un Jared Leto sorprendente, che dribbla costantentemente il rischio di diventare maschiettistico) è commuovente, sì, ma nei limiti e nei termini del personaggio.
Ci sono momenti estremamente intensi in cui tristezza e rabbia prendono il sopravvento, ma sono sempre stemperati dalla complessità di questo controverso personaggio, sempre in bilico tra il giusto e lo sbagliato. Vallè non calca mai la mano (anche quando forse dovrebbe), evita giudizi o punti di vista forzati. In alcuni momenti del film mi sono chiesta che capolavoro sarebbe potuto diventare se dietro la macchina da presa ci fosse stat qualcuno di più audace, ma va bene lo stesso. La regia troppo di maniera viene controbilanciata da sceneggiatura e interpretazioni fantastiche, rendendo il film uno dei preferiti in assoluto di stampa e pubblico. Vincerà molti premi al festival e direi che la vittoria dell'Oscar per McConaughey è abbastanza scontanta, a meno che l'Academy non decida di premiare Chiwetel Ejiofor per 12 years a slave. Staremo a vedere.

domenica 17 novembre 2013

Festival Internazionale del Film di Roma, Day 1 - Snowpiercer

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Giornata d’apertura, ore 8.00. L'auditorium è semi-deserto, c'è quel senso di agitazione misto a calma prima della tempesta che aggrava l'alienazione generale. Avevo dimenticato quanto sia confortante chiudersi in una sala cinematografica di primo mattino, dato che uno screening alle 8 del mattino di Darjeeling Limited a Venezia 2007 è l’ulitma proiezione ad orari proibitivi di cui ho memoria. Sul red carpet stanno montando enormi aereoplanini, la Disney presenterà alle scuole Planes (lo sfigato spin off del già mediocre Cars) e ci sono palloncini ovunque.
In bagno incontro 5 modelle in mutande che si cambiano, per indossare delle finte divise da hostess. Un inizio di festival più surreale di così è difficile da immaginare, ed è anche un ottimo fermo-immagine che in se’ racchiude molte delle contraddizioni e caciarate della manifestazione, ma andiamo avanti. Do’ la priorità a Snowpiercer, dato il rischio che questa sia l'ultima occasione di vedere il director's cut (Weinstein vuole tagliare 20 minuti per il pubblico americano, che reputa troppo stupido per comprendere il film - scopriro' solo in seguito che il buon Harvey non ha i diritti per l'italia e da noi il film uscirà in versione integrale). Il consenso generale è positivo, come è giusto che sia, e nel tragitto verso l'uscita incontro un entusiasta Marco Giusti che nel foyer grida al capolavoro. Perdo la proiezione dell'Amministratore di Vincenzo Marra. Il dramma dell'accavallarsi dei film sarà costante, causa anche mancanza di sale - 2 in meno dell'anno scorso. D'altronde, c’è la crisi. Tutti mi parleranno molto bene del documentario, e nonostante le ripetute proiezioni riesco a perderlo ogni singolo giorno. Speriamo in un uscita prossima.
Decido anche di saltare il film di apertura del festival, Veronesi non è mai stato nelle mie corde e ho sonno. In sala stampa trovo un gran caos. Valeriona Marini in un tubino rosso di pelle e tacchi altissimi si mette in posa per chiunque, dai giornalisti divertiti a fan mooolto coatti e curiosi del caso. La giornata diventa sempre più surreale. Tempo un paio d’ore ed arrivano le prime conferenze stampa. Sottotono quella di apertura, Marco Müller dribbla le domande e Ferrari preferirebbe essere altrove. Rimango in sala aspettando le conferenze delle giurie, ma i tempi si dilatano e invece di James Grey e Larry Clark mi si presentano Veronesi, Elio Germano, Ricky Memphis, Procacci, Elisa e co.
Decido di farmi del male e rimango. Ricky Memphis vincitore morale della giornata, non diverso dai personaggi che interpreta, risponde burbero e diretto alle domande, inizio a divertirmi molto. Presente anche il signore romano che ha ispirato la storia del film, e anche lui con la sua schiettezza e romanità di una volta ci fa sorridere. Peccato per Veronesi che la fa molto lunga e tra discorsi democristiani e autocelebrazioni pare un prete all'omelia della domenica. Appartentemente, questo è il suo salto di qualità verso il cinema d’autore (...). Si fa molta fatica, ma il consenso generale sul film sembra positivo. Non lo recupererò, pazienza.
La giornata non offre altre proiezioni interessanti, quindi per  risparmiarmi l’inevitabile caos della cerimonia d’apertura vado via. Nel corridoio esterno dell'auditorium ci sono masse accalcate sulle transenne del red carpet. Non c'è nessuno di particolarmente famoso in giornata, quindi mi chiedo cosa sia questo casino... ma sentire due ragazzi che dicono "ao, c'e il tappeto rosso, quindi mo arriva qualcuno de famoso, mettemose la'' mi fa capire come sarà l'andazzo fino alla fine del festival.

SNOWPIERCER, Joon-ho Bong (FC) 126’ 
Grande co-produzione internazionale, uno dei film più costosi della storia del cinema koreano e primo film in lingua inglese di Joon-ho Bong, questa favola distopica regala uno dei momenti più entusiasmanti di tutto il festival. Una glaciazione globale ha portato l’umanità all’estinzione, gli unici superstiti vivono su un treno che gira a moto perpetuo intorno al mondo da tredici anni. L’idea di trasporre l’interà umanità, classi sociali e ingiustizie annesse, dentro un treno è fantastica. Funzionava bene sulla graphic novel da cui è tratto il film, ma non era affatto scontato che potesse farlo attretanto sullo schermo. Il lavoro che Bong fa è magistrale, specialmente nella prima parte in cui seguiamo le tremende condizini di vita del proletariato del treno, posto in coda tra scarsa igiene, oppressione violenta e fame. Le atmosfere cupe e claustrofobiche vengono rese in maniera asciutta e pulita, movimenti di macchina audaci perlustrano lo spazio e immergono totalmente lo spettatore su questo vagone di terza classe del futuro. Siamo chiusi in uno spazio sovraffollato, ma il film non perde mai ritmo, non stagna, la regia è dinamica ed attenta. Seguiamo Curtis (un sorprendente Chris Evans, che da bamboccione Capt. America riesce qui a reggere il film quasi totalmente sulle spalle e a non farsi annientare dalla vicinanza di John Hurt, Ed Harris e Tilda), determinato a guidare una ribellione che li porterà in testa al treno, dal benevolo e grande Wilford. L’ordine però, come ci ricorderà a più riprese una fantastica Tilda Swinton - primo ministro del treno - è fondamentale per la sopravvivenza dell’intero sistema, ed ogni tentativo di rivolta verrà punito in maniere perverse e violente. Tilda ha un aspetto grottesco da fumettone, i dentoni finti la fanno parlare in modo buffo e la parrucca non aiuta. E’ palese che si sia divertita tantissimo a fare questo personaggio, che nonostante sia tremendamente crudele e codardo strappa grandi risate alla sala.
Continuare a raccontare il film necessiterebbe di troppi spoiler, il plot è lineare ma pieno di piccoli colpi di scena che accompagnano questo viaggio della speranza. Incredibili alcune scene nei vagoni di prima classe, visionarietà, follia e rigore formale vanno mano nella mano, alcune scene di lotta sono tra le più belle che abbia visto da molto tempo a questa parte, le scenografie e la fotografia sono meravigliose (una su tutti, la lunga ed incredibile scena nella sauna dei ricchi). Joon-ho Bong mi sembra l’unico, almeno quest’anno, che riuscirà a ri-dare valore al cinema di genere, unendo fantascienza, thriller, commedia dell’assurdo, horror, drama, azione in un prodotto formalmente impeccabile, con momenti veramente over the top ed incursioni della follia koreana in uno stile fortemente occidentale. Due ore di intrattenimento puro, dove la linea tra buoni e cattivi non è mai chiara, le rigidità morali del cinema americano sono totalmente assenti, ed è questo uno dei veri punti di forza del film. Sarebbe facile scadere in patetici moralismi, ma nessuno è perfetto, e se la critica sociale è lampante, c’è uno sguardo apologetico nei confronti delle debolezze umane che non lascia spazio ad eroi di nessun tipo. E’ proprio questo, forse, che crea problemi alla distribuzione statunitense. Il personaggio chiave del film compie azioni moralmente deplorevoli, impensabili nel cinema occidentale, ma ne esce come figura positiva, e questo manda in tilt tutti i nostri stilemi di bene e male ed insieme ad essi anche la nostra idea di cinema.

mercoledì 2 novembre 2011

Wim Wenders racconta Pina Bausch

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Quando l'anno scorso lessi che tra le uscite del 2012 figurava un film di Wim Wenders in 3D su Pina Bausch rimasi tra il perplesso ed il divertito. La scelta del 3D per 'presentare' una coreografa e ballerina aveva il suo senso, ma era l'idea del film a confondermi. La curiosità, in ogni caso, era alle stelle. Non avevo mai visto nulla di Pina Bausch fino a quando, qualche anno fa, una illuminata professoressa decise di spiegarmi la semiotica applicandola ai suoi lavori. Fu una specie di illuminazione. Cafè Muller, Full Moon, Le sacre du printemps, Victor, brani estratti da vari altri spettacoli: sapevo chi fosse Pina Bausch, ma la mia riluttanza nei confronti del teatro (e della danza, anche) - dovuta forse a studi noiosi in ambito universitario - non mi aveva mai portata ad approfondire questa consocenza. Corpi che si muovevano pieni di vita ma sofferenti, quasi agonizzanti, composizioni coreografiche che non avevo mai visto, gente 'normale' in abiti normali su quei palchi, non impeccabili ballerini da Lago dei Cigni. Rimasi affascinata, quasi turbata, da quello che vedevo. Purtroppo non ho mai avuto occasione di vedere Pina - o i suoi lavori - dal vivo. 
L'altra sera, prima della proiezione alla Festa del Cinema, Wenders ha parlato del film e del suo rapporto con la coreografa scomparsa solo pochi giorni prima dell'inizio delle riprese. Come me, anche Wenders era restio all'idea di sedersi e guardare uno spettacolo di danza. Racconta (sarà vero?) che si trovava a Venezia in vacanza nel 1985, anno in cui il teatro La Fenice proponeva una retrospettiva su 6 opere della Bausch. Fu costretto (o meglio, accettò da bravo gentleman) ad andare ad assistervi dalla sua allora fidanzata. 'Tempo 5 minuti ed ero sul bordo della sedia a piangere come un bambino', dice Wenders. 
'My body  understood it, my brain took a little while to follow up'. E' vero. Anche senza avere alcuna nozione riguardo le basi teorice (nonchè politico-sociali) della Bausch, assistere (anche solo in video) ai suoi spettacoli è qualcosa che prende alle emozioni senza alcun bisogno di ultieriori informazioni. E' questo il grande pregio di questo piccolo capolavoro di film, non classificabile ne come documentario ne come... altro. Dall'inizio - un'intensa 'sintesi' di Le Sacre du Printemps - si viene proiettati in un mondo fatto di musica e corpi che comunicano. 'Senza il 3D questo film nn esisterebbe'.E' vero. E' forse uno dei pochissimi usi della 'terza dimensione' che hanno veramente senso. La profondità, la corporeità delle coreografie, la purezza dei movimenti arrivano amplificati a chi guarda. E' come stare li, in mezzo a loro. 
Wenders alterna esibizioni 'on stage' ad alcuni estratti da lui ambientati in vari luoghi di Wuppertal, dove ha sede il  tanztheater, ad alcuni 'ritratti' dei ballerini della compagnia, che raccontano intimamente il loro rapporto con la Bausch. Pina ogni tanto appare, in immagini di archivio che arrivano fino agli ultimi tempi di attività, quando il suo corpo provato dalla malattia ancora ( o forse ancora di più) comunicava emozioni e sofferenza. Immagini e musica si fondono in una maniera incredibile, migliore di qualsiasi altra 'trasposizione' della danza che abbia mai visto in vita mia. E' commuovemente, senza mai diventare patetico. 
E' la danza che comunica, non c'è bisogno di altro. Sono restia, anzi ODIO chi abusa del termine 'capolavoro', ma questa volta si può dire senza remore. Poco prima dell'inizio del film Wenders ha chiesto chi degli astanti non avesse mai visto nulla della Bausch, perchè quello è il suo target. Ha ragione, forse. Anche se non avete idea di chi fosse, fatevi un favore ed andate a vedere questo film, ne rimarrete folgorati. 

sabato 29 ottobre 2011

Festa Del Cinema di Roma 2011 : Hysteria & Vibratori

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Durante il discorso inaugurale di questa sesta edizione della 'Festa', Piera Detassis ha sottolineato più volte quanto quest'anno tutta la manifestazione sia pervasa da figure femminili importanti. Certo, parlava soprattutto di personaggi come San Suu Kiy (e su Luc Besson, The Lady e Michelle Yeoh tornerò in un post futuro), ma mi piace pensare che la grande idea di marketing della BIM di ieri sera rientri in questo spirito 'rosa' del festival. Una delle poche case di distribuzione italiane che propone film di ottima qualità (spesso rischiando, su un mercato come il nostro, ostile a certo cinema ) e in versioni dignitose, sempre attenta a determinati meccanismi di promozione, tra i quali spicca una certa propensione al gadget promozionale 'simpatico' (ho ancora per casa svariati posa-ceneri distribuiti in occasione dell'uscita di Funeral Party). Ieri però si è raggiunto il top. Abbiamo questo film che parla dell'invenzione dei vibratori, come sdrammatizziamo questo argomento a un pubblico composto - anche - di vecchie babbione, come quello delle prime dei festival? TA-DA! 
Regaliamo a tutte le signore in sala un simpatico vibratore da borsetta. Funzionante (Li per lì ho riso e pensato fosse una 'riproduzione', invece ci sono le batterie e si accende) e rosa. Nella sua simpatica bustina di velluto. Adoro. E non sono l'unica, a quanto pare. Sulla rete è pieno di articoli che ne parlano. Purchè se ne parli, no?

"Questa è una storia vera. Davvero"
Insomma, i vibratori. Il film è adorabile. Avevo letto di grasse risate durante le proiezioni del festival di Toronto, ma ieri (apparte una bizzarra concentrazione di riso isterico verso la parte destra della platea) più che altro ci sono stati molti sorrisi. E' la tipica, ben riuscita e ben recitata commedia inglese, a metà tra la comedy of manners e lo sboccacciato (pur sempre composto, siamo british). E' bello vedere la sessualità così sdrammatizzata, la figura femminile mai troppo stereotipata, un cast brillante (specialmente i personaggi di contorno, dalle 'pazienti' in poi)  un ottimo Ruper Everett in una parte a lui congeniale, una - come al solito - adorabile Maggie Gyllenhaal forse fuori luogo per quanto riguarda l'aspetto (non ha, come dire, il tipico volto di una inglese di fine 800). Promosso. Non cambierà la vostra vita, ma regala un paio d'ore di sorrisi e battutine taglienti. 
Ps. Mi sono ritrovata a condividere un affollato (e orribile, ma delle union jacks fatte di cavoli e mele parlerà poi) red carpet con il cast. Sia sullo schermo che di persona il gigantesco Ruper Everett ha completamente cambiato viso. Capisco il botox, ma non sembra più neanche lui. E' inquietante. Maggie è bellissima, ma tutte le mie attenzioni erano rivolte al marito, mestamente posizionato al lato del red carpet, mr Peter Sarsgaard, bello come non mai e anche simpatico (le mie attenzioni, come prevedibili, sono state notate. A volte manco di nonchalance). 

domenica 22 maggio 2011

Last Night: Das Racist @ Akab

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Brooklyn - Testaccio
Das Racist live in Rome - Akab
Ero curiosa, ma non entusiasta. Su disco la maggior parte dei pezzi è quantomeno trascurabile, quindi mi aspettavo un qualcosa di moscio e ironicamente hipster che mi avrebbe annoiato a morte. Falso. Divertenti, caciaroni, più amici-sfascioni che hipster-stizziti, con tutti i pezzi che dal vivo suonano mille volte meglio che su disco. Approvati.
Kool A.D.  - Das Racist @ Akab - Rome
Poi ecco, era venerdì sera, eravamo all'Akab, era la chiusura del Fish'n'Chips, non c'era neanche la remota possibilità che io fossi lucida, però... per quel poco che ne capisco, non sono neanche pessimi MCs. Hanno anche un'ottima tenuta del palco. Alla fine ieri sera era un party e loro hanno adempito perfettamente al ruolo di ospiti d'onore. Come al mio solito, ho lasciato la reflex a casa. Quindi ancora una volta la mia ibrida ha fatto il suo buon lavoro, per nulla aiutato dalle mie mani poco ferme.
Ecco qualche (tante?) foto.
 
PS. Per il post serata, don't believe the hype, perchè niente è ciò che sembra. Io ero lì, se volete chiedete a me. Con Kool e Heems e Dap ci rivediamo a Barcellona la prossima settimana. Di nuovo a Roma, ora come ora, la vedo un po' improbabile. 
In ogni caso un ringraziamento a Lino e Nicola per averli portati almeno una volta da queste parti.

martedì 19 aprile 2011

Last night in Rome : J Mascis al Circolo degli Artisti

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E pensare che neanche ero molto convinta. Nel senso che avendo parlato con gente che l'aveva visto suonare in passato, non ero molto entusiasta all'idea di 1+ ore di Mascis solista. Errore. Avrei perso un signor concerto. Se con i Dinosaur Jr la prima cosa che ti avvolge è uno sporco muro di suono, Jay in versione bluesman scontroso (ma neanche troppo, in realtà) lascia tutto alla sua voce e alla sua manina fatata sulla chitarra (con qualche incursione di distorsioni stranianti).
J Mascis @ Circolo degli Artisti
Il fatto è che a  me i D.Jr dal vivo sono piaciuti tanto tanto, ma la voce di Jay si perde tra rumore e distorsioni. Finalmente, ieri sera, era li, piena, corposa, nasale ma mai fastidiosa (io poi ho seri problemi con i timbri di voce, riescono a disturbarmi fino ad osessionarmi), intima, mai sottotono. E quella chitarra. Che sia delicata come in Several Shades of Why (lacrimuccia) o distorta fino a - quasi - il fastidio, fa parte di lui, stare li a guardarlo sembra quasi un'invasione della sua privacy. E' stato così bello. Problemi di sedie a parte, e gente a caso tra il pubblico (pochi, ma fastidiosi. Ho dovuto spostarmi onde evitare di spargere sangue sul pavimento del circolo. Hello, sei a un concerto (semi) acustico di J Mascis, non al primo maggio a sentire i sud sound sistem. stai fermo. non ti agitare, non starnazzare come una gallina). Fastidi a parte, è stato bellissimo. Poi ecco, iniziare con The Wagon e chiudere con Little Fury Things, regalando qua e là versioni sublimi di altri pezzi dei Dinosaur Jr  (bella Repulsion versione unplugged), è stato molto carino da parte sua. A tratti alienante, ma nel senso bello del termine (a differenza di altra gente...), quel tipo di situazione in cui ti alieni nella musica e lasci perdere quello che hai intorno (o nella testa). Commuovente, intimista, disagiato (e disagiante) quanto basta, poco loquace, come piace a me.
Peccato per chi se lo è perso.
Jay Mascis live in Rome
Jay Mascis @ Circolo degli Artisti
Jay Mascis @ Circolo Degli Artisti
Jay Mascis live in Rome
J Mascis @ Circolo degli Artisti
(tutte le foto, scattate con scarsa attenzione, sono qui)

Per chiudere, anche se in realtà forse non c'entra niente, una foto-di-una foto fatta da Mascis nel 2010, a sua figlia Rory insieme alla babysitter Coco (dal Diary di Thurston Moore allegato a Purple Mag #15)

lunedì 15 novembre 2010

L'Amour Fou : Yves Saint Laurent et Pierre Bergé

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Una recensione tardiva, a dieci giorni dalla proiezione del film


I posti per la prima erano esauriti e solo un repentino acquisto dei biglietti per la seconda proiezione al Metropolitan mi ha permesso di vedere questo documentario. Nonostante il film abbia già un distributore italiano (BiM), è meglio non fidarsi. Prodotti del genere raramente vedono la luce del giorno nel nostro bel paese.
Pierre Bergè e Yves Saint Laurent: due nomi che da soli riescono ad evocare dei pezzi di storia del secolo appena trascorso. Due caratteri molto difficili e diversi tra loro, un'unione che tra alti e bassi è durata fino alla morte. Il film ci racconta l'uomo Yves Saint Laurent più che lo stilista. Un mix abbastanza tradizionale di interviste e filmati rari ed inediti compone questo documentario che non brilla certo per originalità 'tecnica', ma che ha dei punti forti che lo fanno emergere dal milieu di film o film tv biografici che vengono regolarmente prodotti.
La pellicola inizia con l'ultima conferenza stampa di Yves Saint Laurent (quella nella quale annunciò il suo ritiro dal mondo della moda) direttamente seguita dal saluto finale di Bergè al funerale dello stilista. La maniera candida e pulita in cui il regista ci lascia entrare nel mondo di questa coppia è potente, commuovente senza scadere in melensi patetismi. Da qui in poi si susseguiranno delle panoramiche delle varie case della coppia (assolutamente incredibile quella in Normandia, in cui ogni stanza era stata nominata in ricordo di vari personaggi dei libri di Proust), profonde 'confessioni' di Bergè e di alcune delle persone che erano vicine a Yves, da Betty Catroux a Loulou de la Falaise, e filmati d'archivio assolutamente inediti. Momenti di tristezza e malinconia si alternano a passi divertenti (non mi era mai capitato di vedere Yves ballare ad un live dei Village People). Alcuni filmati sono assolutamente bizzarri: e chi si aspettava di vedere Saint Laurent e Andy Warhol che conversano amabilmente mentre Mick Jagger li allieta al pianoforte? O anche l'esilarante intervista-questionario di Proust a cui un visibilmente alticcio Yves risponde in maniera buffa. Non penso di averlo mai visto ridere prima di questo film.
Il nucleo centrale del documetario, che (tra le altre cose) segue passo passo lo sfaldamento e la messa all'asta della collezione d'arte della coppia, è l'idea vincente. Così come Bergè ha perso l'amore della sua vita, così si disfa pezzo per pezzo di ciò che con cura e passione avevano collezionato insieme. Le due perdite vanno di pari passo, e danno sostanza al film che oltre ad essere molto itneressante riguardo la figura di Saint Laurent (e di Bergè, che è sempre stato un personaggio molto misterioso), assume anche un aspetto intimo, umano, sentimentale e commuovente. Dopo aver osservato in una lunga panoramica gli inestimabili valori presenti nella loro collezione ( da Goya a Brancusi passando per Picasso e Mondrian), vediamo gli 'avvoltoi' delle case d'aste che vengono a controllare le opere, che poi verranno imballate e portate a Londra, New York e Parigi per essere messe all'asta fino all'ultimo milione di euro. C'è una decadente angoscia che accompagna questo processo di disfacimento della collezione messa in piedi insieme, in 40 anni di vita. Bergè ricorda dove e come alcuni pezzi furono acquistati, e il rapporto intimo che Yves aveva con alcune di quelle opere. Anche i momenti bui verranno ricordati. L'onnipresente depressione, la tristezza, le separazioni, gli abusi di droghe... Quello che emerge è il rapporto tra i due uomini, profondamente, follemente innamorati ed interdipendenti l'uno dall'altro (come dice Bergè 'Tutto tra di noi era stabilito, ognuno aveva il proprio ruolo e la propria mansione, in ogni aspetto della nostra vita'), e l'abisso lasciato dalla morte di questo compagno di vita nell'esistenza di Bergè. Vuoto profondo riecheggiato alla fine dalle immagini della casa vuota, che fino a pochi minuti prima avevamo visto piena delle opere della collezione Bergè-Saint Laurent, che vale la pena di ricordare   in queste immagini tratte dal sito del New York Times:

'Ai tempi della collezione 'Mondrian', non ci saremmo neanche lontanamente immaginati di aver potuto possedere, un giorno, un suo quadro'